Non è femminicidio. È solo un’altra donna morta.

Il femminicidio non esiste.

Pare.

È una leggenda metropolitana. Una specie di unicorno femminista avvistato da persone suggestionabili, probabilmente dopo aver letto troppi giornali.

Le donne, invece, quelle sì che muoiono. Quello è un fatto. Muore quella che voleva lasciarlo. Muore quella che aveva denunciato. Muore quella che aveva paura. Muore quella che aveva detto no. Muore quella che aveva capito troppo tardi che “se non sei mia non sarai di nessuno” non era una frase d’amore.

Ma il femminicidio, no. Quello è un’invenzione. Una parola. Ed evidentemente, in certi salotti, le parole fanno più paura dei coltelli.

Perché appena compare “femminicidio”, parte la contraerea.

«Ma non tutti gli uomini.»

Grazie della precisazione. È rassicurante sapere che, mentre una donna è morta, qualcuno è riuscito a salvare almeno la reputazione statistica del genere maschile.

«Ma anche gli uomini vengono uccisi.»

Certamente. E anche i bambini. E gli anziani. E i passanti. La morte non è un concorso a premi e nessuno sta distribuendo medaglie.

Il punto è un altro: capire se dietro una serie di morti esiste uno schema. Ma per vedere uno schema bisogna avere il coraggio di guardare.

Ed è qui che entrano in scena loro: i numeri.

Ah, i numeri. Quegli antipatici che non hanno opinioni, non frequentano talk show e non si lasciano intimidire da un “secondo me”.

I numeri arrivano, bussano alla porta e dicono: «Buonasera. Abbiamo qui una lunga sequenza di donne uccise in contesti di violenza, controllo, possesso, separazione, minacce, persecuzione. Potremmo parlarne?»

E dalla stanza: «No.»

«Ma sono dati.»

«Peggio.»

Perché il numero, quando conferma una realtà scomoda, diventa improvvisamente sospetto. Lo si seziona. Lo si relativizza. Lo si mette accanto a un altro numero, possibilmente scelto a caso, così da creare quella meravigliosa nebbia statistica dentro cui ogni responsabilità può evaporare.

Se sono tante: «È allarmismo.»

Se sono poche: «Non è un problema.»

Se aumentano: «È perché oggi se ne parla di più.»

Se diminuiscono: «Avete visto? Era tutta propaganda.»

Se gli uomini sono vittime: «E allora?»

Se le donne sono vittime: «Sì, ma…»

Quel “ma” è diventato una specie di fossato scavato attorno alla realtà.

E attenzione: nessuno pretende che un numero, da solo, spieghi un omicidio. Ma proprio questo è il punto.

I numeri non servono a sostituire le storie. Servono a impedire che ogni storia venga trattata come un incidente isolato.

Perché una volta è una tragedia. Due volte è una tragedia. Tre volte è una tragedia. Ma quando lo stesso schema ritorna, ancora e ancora, il problema non è più soltanto contare i cadaveri.

È chiedersi perché continuino a comparire.

E soprattutto perché, davanti a quel disegno, qualcuno continui ostinatamente a sostenere che non esiste alcun disegno.

È come guardare cento impronte di scarpe insanguinate sul pavimento e concludere che, statisticamente, non abbiamo prove dell’esistenza delle scarpe.

Una forma di negazionismo talmente raffinata da diventare cabaret.

Poi arrivano le storie.

Lei voleva separarsi.

«Chissà cosa gli aveva fatto.»

Lei lo aveva denunciato.

«Forse era una relazione tossica da entrambe le parti.»

Lei aveva paura.

«Magari era solo geloso.»

Lei è morta.

E improvvisamente l’assassino diventa meteorologia.

Era fuori di sé. Era disperato. Era depresso. Era accecato dall’amore. Era un raptus. Un temporale emotivo. Una grandinata di testosterone.

Qualunque cosa, pur di non pronunciare la parola più semplice:

responsabilità.

Perché “raptus” è una parola comodissima. Sembra quasi che l’assassino sia stato investito da un fenomeno atmosferico.

Un momento prima era un cittadino rispettabile, un padre, un collega, un vicino.

Un momento dopo: zac.

Un ciclone.

E il coltello, evidentemente, si è impugnato da solo.

Il femminicidio non esiste.

Esistono solo donne morte.

Una dopo l’altra.

E ogni volta ricominciamo da capo: la conta, il dibattito, il distinguo, la precisazione, il “sì, però”, il “non generalizziamo”, il “bisogna aspettare le indagini”, il “non possiamo sapere”.

Fino a quando la tragedia diventa una pratica burocratica e la vittima un fascicolo.

Poi passa qualche giorno.

E arriva un’altra.

E un’altra.

E un’altra.

E qualcuno, puntuale, ricomincia:

«Non esiste il femminicidio.»

No.

Certo.

Non esiste.

Esistono solo le donne uccise. Esistono i numeri. Esistono gli schemi. Esistono le denunce. Esistono le minacce. Esistono le porte chiuse. Esistono le fotografie sui comodini. Esistono le famiglie che imparano a pronunciare un verbo al passato.

Quello che, evidentemente, non esiste è la volontà di chiamare le cose con il loro nome.

E allora teniamoci pure stretta questa comoda illusione. Continuiamo a dire che non esiste. Continuiamo a ripeterlo abbastanza forte.

Magari, prima o poi, riusciremo a convincere anche i morti.