La disabilità si vede, la miseria umana no!

Ci sono persone che hanno passato la vita a preoccuparsi di avere una faccia presentabile. Poi aprono bocca — o, peggio, una tastiera — e finalmente mostrano quella vera.

Ieri mi sono imbattuta nel post di un ragazzo. Un ragazzo con una malformazione importante al volto, diversi problemi di salute e una storia che, già da sola, avrebbe dovuto suggerire una cosa piuttosto semplice: magari, prima di giudicare, sarebbe il caso di conoscere. Raccontava gli interventi che aveva dovuto affrontare, raccontava una relazione durata undici anni, finita lasciandogli addosso ferite che probabilmente non si vedono in nessuna fotografia. E raccontava anche qualcosa di molto più semplice: aveva ancora voglia di innamorarsi. E qui, evidentemente, abbiamo toccato un nervo scoperto. Perché secondo una parte meravigliosamente civile dell’umanità, una persona con un volto diverso dovrebbe avere anche desideri diversi. Non dovrebbe cercare una compagna, non dovrebbe parlare d’amore, non dovrebbe sperare. Dovrebbe, possibilmente, sparire dalla vista e non disturbare il paesaggio. Almeno stando ai commenti.

“Sei un mostro.” “Chiuditi in una struttura.” “Falla finita.” “Chi mai potrebbe volerti?” Una piccola processione di anime candide, insomma. Gente che evidentemente ha confuso la propria autostima con il diritto di umiliare chiunque abbia la sfortuna di apparire diverso. Ed è qui che la storia diventa interessante, perché il ragazzo aveva una malformazione sul volto. Quelli che lo hanno massacrato, invece, avevano un problema molto più grave. Il loro volto era perfettamente normale. Il resto, decisamente meno.

La faccenda, a quanto pare, funziona così: hai una faccia bella? Bene. Hai un corpo conforme ai canoni? Ottimo. Sei fotogenico? Perfetto. Poi puoi anche essere arrogante, crudele, ignorante, incapace di provare empatia e avere il bisogno compulsivo di umiliare uno sconosciuto. Ma non importa. La fotografia viene bene. Ed è questo ciò che conta. Forse dovremmo aggiornare i nostri criteri di selezione umana: naso regolare, promosso; denti bianchi, promosso; fisico tonico, promosso; empatia, vediamo; educazione, non indispensabile; capacità di non augurare la morte a uno sconosciuto, requisito opzionale. Così almeno smettiamo di raccontarci la favola che la bellezza abbia qualcosa a che fare con la bontà.

C’è poi un particolare che continua a tornarmi in mente: undici anni. Undici anni di relazione. Una quantità enorme di tempo per conoscere qualcuno, amarlo, litigarci, perdonarlo, costruire abitudini, condividere pezzi di vita. Poi arriva un perfetto sconosciuto, guarda una fotografia, legge qualche riga e decide che quell’uomo non è degno di essere amato. Undici anni contro undici secondi. E naturalmente vincono gli undici secondi. Perché questa è la straordinaria profondità del giudizio sui social: non conosco la tua storia, non conosco il tuo carattere, non conosco le tue paure, non conosco il tuo dolore. Ma ho visto la tua faccia. Quindi posso giudicarti.

La frase “sei un mostro”, poi, meriterebbe quasi di essere conservata in un museo. Non per la sua intelligenza, naturalmente, ma come piccolo reperto archeologico della nostra evoluzione morale. Un uomo nasce con una malformazione del volto, affronta interventi, problemi di salute, sguardi, probabilmente una quantità di cose che noi, comodamente seduti davanti a uno schermo, non possiamo nemmeno immaginare. E il mostro sarebbe lui. Poi arriva qualcuno che, senza conoscerlo, gli augura di morire. E quello sarebbe normale. È una definizione piuttosto creativa della normalità.

C’è poi il piccolo miracolo del coraggio digitale. Quello che trasforma un perfetto sconosciuto in un guerriero. Dietro uno schermo, improvvisamente, tutti diventano fortissimi. Scrivono cose che probabilmente non pronuncerebbero mai guardando una persona negli occhi. Perché guardare negli occhi è complicato: negli occhi c’è una persona, c’è una reazione, c’è un dolore, c’è la possibilità di rendersi conto di aver superato il limite. La tastiera invece non protesta, non piange, non trema, non ti guarda. Puoi scrivere “falla finita” e sentirti persino intelligente. Poi chiudi il telefono, vai a cena, dai un bacio a tuo figlio, accarezzi il cane e magari la sera pubblichi una frase sulla gentilezza. Una sceneggiatura perfetta. Peccato che la coscienza non abbia il tasto “elimina”.

E sapete cosa trovo davvero curioso? Quelle persone hanno cercato di umiliare quel ragazzo per qualcosa che lui non ha scelto. La sua faccia. Il suo corpo. La sua condizione. Come se avesse compilato un modulo alla nascita: “Desidera ricevere una malformazione importante al volto?” “Certamente.” “Ha preferenze?” “Facciamo qualcosa che mi renda più difficile la vita.” “Perfetto. Firmi qui.” Non funziona così. Eppure c’è chi tratta le caratteristiche fisiche altrui come se fossero colpe. Forse perché è più facile insultare ciò che non abbiamo scelto di avere piuttosto che confrontarci con ciò che abbiamo scelto di diventare.

Quello che vedo nel suo post, invece, è una cosa che nei commenti ho visto molto meno: coraggio. Il coraggio di raccontare una storia personale, di dire che ha sofferto, di ammettere che una relazione di undici anni lo ha lasciato distrutto e, soprattutto, di dire: “Nonostante tutto, vorrei ancora amare.” Questa frase, per me, vale più di qualsiasi fotografia perfetta. Perché dopo essere stati feriti la tentazione più facile è chiudersi, dire che non ci si fiderà più di nessuno, convincersi che l’amore sia una fregatura, costruire un muro. Lui invece ha lasciato una porta aperta. E qualcuno ha pensato bene di entrarci per sputare per terra.

Forse è proprio questo che disturba. Una persona che avrebbe tutte le ragioni per essere arrabbiata con la vita e invece continua a cercare qualcosa di bello mette davanti a uno specchio. Ci ricorda che le difficoltà non ci autorizzano automaticamente a diventare cattivi, che il dolore non obbliga alla crudeltà, che essere stati feriti non significa avere il diritto di ferire chiunque. E soprattutto ci ricorda che la fragilità non è una vergogna. Vergognoso è usarla come bersaglio.

C’è anche un piccolo dettaglio che prima o poi dovremo tutti affrontare: il tempo. Quel simpatico bastardo non fa discriminazioni. Passa sul volto del bello e su quello del brutto, sul corpo sano e su quello malato, sul ragazzo e sulla ragazza, sul palestrato e sul sedentario. Nessuno ne esce identico a come è entrato. La pelle cambia, i capelli cambiano, il corpo cambia, il viso cambia. La bellezza, quella che oggi sembra dare a qualcuno il diritto di distribuire patenti di dignità, è una condizione temporanea. L’educazione dovrebbe durare un po’ di più. Anche l’empatia sarebbe un buon investimento.

Non ho intenzione di stabilire chi sia il mostro. Sarebbe troppo facile. Mi limito a mettere sul tavolo i fatti. Da una parte c’è un uomo con una malformazione importante al volto che, nonostante quello che ha attraversato, ha ancora il desiderio di trovare qualcuno con cui condividere la propria vita. Dall’altra ci sono persone che, davanti alla sua vulnerabilità, hanno scelto di aggiungere altro dolore. Uno ha una faccia segnata dalla vita. Gli altri hanno scelto di segnare qualcuno con le proprie parole. E c’è una differenza fondamentale: le cicatrici sul volto non raccontano che tipo di persona sei. Le parole che scegli di rivolgere a chi soffre, invece, qualcosa lo raccontano.

Perciò forse dovremmo smetterla di usare la parola “mostro” per descrivere chi ha un aspetto diverso. Perché il mostro, a volte, non è quello che ci fa impressione quando lo guardiamo. A volte è quello che ci fa impressione quando parla. E in questo caso, curiosamente, aveva una faccia normalissima. Aveva soltanto una tastiera davanti.

La faccia la puoi ritoccare. La coscienza no.