
Ci sono notizie che non dovrebbero arrivare mai. E invece arrivano. All’improvviso. Senza bussare. Senza concederti il tempo di prepararti.
Un malore improvviso. Un corpo che cede mentre stai facendo quello che hai fatto per una vita. Una macchina fotografica tra le mani. Un matrimonio da immortalare. Una giornata che doveva essere come tante. E invece no.
Fabio è morto a 55 anni. È morto mentre lavorava. È morto lontano da casa, lontano dalla moglie che amava e dal figlio. È morto facendo il suo mestiere, quello che conosceva bene, quello che aveva ereditato dalla sua famiglia e che aveva trasformato in una parte della propria identità.
Un attimo prima c’era una persona. Un attimo dopo c’è un’assenza. Ed è proprio davanti a un’assenza così che tutte le nostre convinzioni diventano improvvisamente fragili.
Perché noi viviamo come se il tempo fosse nostro. Come se domani fosse garantito. Come se ci fosse sempre un’altra occasione per telefonare, per incontrarsi, per chiedere scusa, per dire “ti voglio bene”, per abbracciare qualcuno, per tornare a casa.
Rimandiamo. Rimandiamo continuamente. “Lo faccio domani.” “Ci vediamo presto.” “Prima o poi ci organizziamo.” “Abbiamo tempo.”
No. Il tempo non ce l’abbiamo. Il tempo ci passa attraverso. E i granelli della clessidra scendono. Uno dopo l’altro. Inesorabili. Silenziosi. Noi li guardiamo cadere senza quasi accorgercene, presi dalle nostre corse, dalle nostre ambizioni, dalle nostre arrabbiature, dalle cose che ci sembrano enormi e che, a ben vedere, spesso non valgono nemmeno un minuto della nostra vita.
Poi arriva qualcosa che ci ricorda brutalmente la verità. Non c’è certezza. Non c’è un contratto firmato con il futuro. Non esiste una promessa che ci garantisca di arrivare a sera, a domani, al prossimo compleanno, alle prossime vacanze.
Fabio aveva 55 anni. Non 95. Non era alla fine naturale di un percorso che tutti consideriamo lungo. Aveva ancora una vita davanti. O, almeno, questo è quello che siamo portati a pensare quando incontriamo un uomo di quell’età. Ancora progetti. Ancora fotografie da scattare. Ancora partite da raccontare. Ancora giorni da condividere con sua moglie. Ancora momenti da vivere con suo figlio. Ancora risate. Ancora ritorni a casa. Ancora tutto.
E invece niente.
È questo che fa più paura della morte: il fatto che non abbia bisogno di aspettare il momento giusto. Non guarda l’età. Non guarda i programmi. Non guarda gli affetti. Non guarda quanto sei indispensabile a qualcuno. Arriva. E basta.
Fabio l’ho conosciuto attraverso il lavoro, allo stadio. Abbiamo condiviso anni fatti di pioggia, pallonate da schivare, risate, delusioni, giornate infinite e quelle piccole complicità che nascono quando si attraversano insieme pezzi di vita. Era sempre educato. Una persona perbene. Uno di quei ragazzi che sembrano appartenere a un’epoca diversa, dove la parola data aveva un peso e il rispetto non era una posa. Aveva valori e principi. E aveva quella discrezione che oggi sembra quasi una rarità. Non aveva bisogno di fare rumore per farsi ricordare.
E forse è proprio per questo che oggi il silenzio pesa così tanto.
Ricordo anche la mia scelta di averlo accanto in un momento particolare della mia vita. Un momento che potevo condividere soltanto con una persona speciale. E lui lo era. Ricordo le nostre risate quando mi vedi vestita di nero, anche in quell’occasione, con la musica a palla. Ricordo le cose apparentemente insignificanti che, adesso, insignificanti non lo sono affatto.
Perché quando una persona muore, il valore dei ricordi cambia. Un gesto diventa prezioso. Una battuta diventa preziosa. Una giornata qualunque diventa preziosa. Una fotografia diventa preziosa.
Forse è questa la lezione più feroce che ci lascia la morte: ci insegna il valore della vita quando non possiamo più restituirle un solo minuto.
E allora viene da chiedersi perché aspettiamo sempre. Perché ci consumiamo dietro a problemi che domani non ricorderemo nemmeno. Perché permettiamo alle persone sbagliate di rubarci tempo. Perché lasciamo che l’orgoglio ci impedisca di parlare. Perché non diciamo abbastanza spesso alle persone che amiamo quanto siano importanti. Perché pensiamo di avere tempo.
Abbiamo costruito un’esistenza intorno a questa illusione. L’illusione del dopo. Dopo lavorerò meno. Dopo viaggerò. Dopo chiamerò quella persona. Dopo passerò più tempo con la mia famiglia. Dopo farò quello che desidero. Dopo. Sempre dopo.
Ma il tempo non conosce il “dopo”. Conosce soltanto il suo scorrere.
Un granello. Poi un altro. Poi un altro ancora.
E mentre noi discutiamo, programmiamo, rimandiamo, accumuliamo cose e perdiamo tempo, la clessidra continua a svuotarsi.
Fabio non tornerà a casa.
Questa è la frase più difficile da scrivere. Non tornerà dalla moglie che amava. Non tornerà da suo figlio. Non tornerà allo stadio. Non prenderà più in mano la sua macchina fotografica. Non ci sarà quella persona lì, esattamente quella persona lì, con il suo modo di essere, le sue battute, la sua educazione, la sua presenza.
E questa consapevolezza fa male perché ci costringe a guardare una verità che preferiamo ignorare: siamo tutti di passaggio. Tutti. Anche quelli che crediamo invincibili. Anche quelli che oggi hanno vent’anni e pensano di avere davanti un’eternità. Anche quelli che hanno cinquanta, sessanta, settanta anni e continuano a fare programmi come se il tempo fosse una riserva inesauribile.
Non lo è.
La vita non ci deve niente. Non ci deve un altro Natale. Non ci deve un’altra estate. Non ci deve un’altra partita. Non ci deve un’altra cena. Non ci deve un altro abbraccio.
E forse dovremmo smettere di comportarci come se ogni cosa fosse garantita.
Dovremmo imparare a vivere con più urgenza. Non con paura. Con consapevolezza. Perché vivere sapendo che il tempo è limitato non significa vivere peggio. Significa, forse, imparare finalmente a distinguere ciò che conta da ciò che non conta. A scegliere le persone. A proteggere gli affetti. A perdonare quando ne vale la pena. A dire quello che sentiamo. A smettere di regalare giornate intere a chi non merita nemmeno cinque minuti. A non vergognarci delle risate. A non rimandare sempre la felicità a un futuro che nessuno ci ha promesso.
Fabio se n’è andato con una macchina fotografica tra le mani.
Forse è una delle immagini più dolorose e più potenti che possiamo conservare di lui. Un uomo che per tutta la vita ha fermato il tempo attraverso le fotografie. E che questa volta non ha potuto fermarlo per sé.
Il tempo ha continuato a correre.
La sua clessidra si è fermata. La nostra, invece, continua.
Ed è questa la parte che più dovrebbe farci riflettere. Perché mentre piangiamo Fabio, un altro granello è già caduto. E un altro cadrà. E un altro ancora.
Non sappiamo quanti ne restino. Nessuno lo sa. Ma sappiamo che non sono infiniti.
Per Fabio. Per sua moglie. Per suo figlio. Per tutti quelli che lo hanno conosciuto. E anche per noi.
Noi che abbiamo ancora la possibilità di scegliere cosa fare del tempo che ci rimane.
Perché alla fine, forse, il vero valore della vita non si misura negli anni che abbiamo davanti. Si misura in quello che riusciamo a fare prima che cada l’ultimo granello.
Ciao Fabio.
Buon viaggio.
E grazie per avermi ricordato, nel modo più doloroso possibile, che il tempo non è nostro.
Ci è soltanto concesso.
E scorre.
Sempre.
Inesorabilmente.
In silenzio.