
Qualche giorno fa ho chiamato mio padre.
Sì, lo so. Detta così sembra l’inizio di una storia di fantasmi, di una seduta spiritica o, peggio ancora, di una di quelle telefonate che iniziano con «Pronto, papà?» e finiscono con un abbonamento a una compagnia telefonica.
Il problema è che mio padre è morto nel dicembre del 2020.
Eppure il suo numero di telefono è ancora lì.
Fermo. Immobile. Tra i preferiti.
Come una piccola bestemmia tecnologica contro la logica del tempo.
Non l’ho cancellato.
Non ci riesco.
Non perché io creda che dall’altra parte possa esserci ancora qualcuno. Non sono diventata improvvisamente un’adepta del paranormale, non aspetto che il telefono squilli alle tre di notte con una voce dall’aldilà che mi dica di comprare il latte.
È solo che quel numero non è un numero.
O almeno, non lo è più.
È una porta.
Una porta che non conduce più da nessuna parte, ma che io continuo ostinatamente a tenere socchiusa.
E così, qualche giorno fa, chissà perché, ho premuto quel nome.
Papà.
Un gesto stupido.
Un gesto enorme.
Ho chiamato.
Per un istante ho lasciato che il telefono facesse quello che i telefoni fanno: cercare qualcuno nel mondo.
Solo che mio padre dal mondo se n’è andato quasi sei anni fa.
E infatti non ha risposto lui.
Ha risposto la tecnologia.
Quella stronza della tecnologia.
Una voce fredda, asettica, educatamente disumana mi ha informato che il numero non era più disponibile, che l’utente non esisteva, che quella combinazione di cifre aveva ormai perso il diritto di appartenere a qualcuno.
Una voce senza memoria.
Senza esitazioni.
Senza pietà.
Non sapeva che lì, prima di diventare un numero inesistente, c’era stato mio padre.
Non sapeva delle telefonate.
Delle discussioni.
Delle cose importanti.
Delle cose idiote.
Di quelle telefonate nelle quali uno chiama per dire una cosa e poi ne racconta altre ventisette.
Non sapeva niente.
Per lei era semplicemente un numero disattivato.
Per me era mio padre.
E questa, forse, è una delle cose più oscene del lutto: il mondo continua a funzionare perfettamente anche quando per te ha smesso di avere senso.
Le compagnie telefoniche disattivano le utenze.
Le banche chiudono i conti.
I documenti scadono.
Le password diventano inutili.
Gli account vengono eliminati.
I numeri vengono riassegnati.
Il mondo ha una procedura per tutto.
Anche per la morte.
Ed è una procedura spaventosamente efficiente.
Tu invece resti lì, con il tuo dolore in mano, come una cretina davanti a uno sportello chiuso, mentre qualcuno dall’altra parte ti spiega che purtroppo manca il modulo corretto.
E allora ho pensato a quanto sia assurdo che io abbia ancora il numero di mio padre tra i preferiti.
Come se potesse servirmi.
Come se un giorno dovessi avere bisogno di chiamarlo.
«Papà, dove hai messo quella cosa?»
«Papà, mi dici come stai?»
«Papà, devo raccontarti una cosa.»
«Papà, oggi è successa una cosa bellissima.»
«Papà, oggi è andata di merda.»
Le frasi non finiscono quando muore una persona.
Finiscono le risposte.
È diverso.
Molto diverso.
Le domande continuano a crescere, come erbacce in un giardino che nessuno cura più.
E alcune, a distanza di anni, hanno ancora voglia di essere dette.
Forse quella telefonata è stata proprio questo.
Una domanda senza domanda.
Un riflesso.
Un inciampo del cuore.
Un dito che per qualche secondo ha dimenticato quello che la testa sa perfettamente.
Perché la testa è bravissima con i fatti.
La testa sa che mio padre è morto.
Lo sa con una precisione quasi burocratica.
Dicembre 2020.
Data.
Evento.
Fine.
Ma il cuore non lavora in archivio.
Il cuore conserva cose che nessun notaio potrebbe inventariare.
Conserva voci.
Mani.
Espressioni.
Abitudini.
Risate.
Frasi dette mille volte.
E conserva persino numeri di telefono.
Per questo il suo numero resta lì.
Tra i preferiti.
Un piccolo mausoleo digitale.
Non occupa spazio, non prende polvere, non chiede manutenzione.
Non costa nulla.
Eppure pesa.
Pesa come certe fotografie che non guardiamo mai, ma che non abbiamo il coraggio di buttare.
Pesa come una sedia vuota.
Come un cappotto che nessuno indosserà più.
Come quel «dopo lo chiamo» che improvvisamente diventa una frase senza futuro.
La cosa buffa è che noi viviamo circondati da oggetti che fingono di non sapere che siamo mortali.
Il telefono, per esempio.
È costruito per metterci in contatto con chiunque, ovunque.
Un miracolo tecnologico.
Puoi parlare con una persona dall’altra parte del pianeta in mezzo secondo.
Puoi vedere la sua faccia.
Mandarle fotografie.
Sentire la sua voce.
Puoi persino sapere quando è online.
Ma non puoi telefonare a tuo padre.
Quello, curiosamente, non è ancora stato risolto.
Forse dovrebbero pensarci.
Una bella app.
“Papà 2.0”.
Premi un pulsante e lui risponde.
Un’intelligenza artificiale addestrata sulle vecchie telefonate.
Sarebbe un successo planetario.
Milioni di persone disposte a pagare qualsiasi cifra per sentirsi dire ancora una volta qualcosa che magari, quando veniva detto davvero, trovavano perfino irritante.
Io la comprerei.
Probabilmente la userei troppo.
E poi la disinstallerei piangendo.
Perché il problema non è sentire una voce.
Il problema è sapere che quella voce non può più sorprenderti.
Che non può più arrabbiarsi.
Che non può più contraddirti.
Che non può più dirti qualcosa che non ti aspettavi.
Un morto può vivere benissimo nei nostri ricordi.
Ma non può più rompere le scatole.
Ed è forse questa una delle forme più crudeli dell’assenza.
La morte non porta via soltanto le persone.
Porta via anche il futuro delle cose banali.
Non ci saranno più telefonate inutili.
Non ci saranno più «ti richiamo dopo».
Non ci saranno più discussioni per stronzate.
Non ci saranno più domande alle quali avresti voluto rispondere diversamente.
Non ci saranno più occasioni per essere migliori.
Ed è qui che il telefono diventa quasi una caricatura del dolore.
Perché continua a mostrarti il nome.
Papà.
Come se niente fosse.
Come se bastasse premere.
Come se il mondo fosse ancora intero.
Poi premi.
E dall’altra parte arriva una voce che non sa nemmeno chi era tuo padre.
Ti dice che il numero non esiste.
E tu pensi che, per una volta, quella voce ha ragione.
Il numero non esiste più.
Ma mio padre sì.
Esiste nelle cose che faccio senza sapere da dove arrivino.
Nelle parole che uso.
Nei gesti che ho ereditato senza accorgermene.
Nelle arrabbiature.
Nelle risate.
Nei difetti che mi irritano perché, ogni tanto, hanno il suo stesso odore.
Esiste nei ricordi che arrivano senza essere invitati.
E forse esiste anche lì, in mezzo ai miei preferiti, sotto forma di un numero che non serve più a telefonare a nessuno.
Un numero morto.
Che però, stranamente, continua a tenermi compagnia.
Quindi no, non lo cancellerò.
Resterà lì.
A fare il morto tra i preferiti.
Con una dignità tutta sua.
E magari ogni tanto lo chiamerò ancora.
Non perché mi aspetti una risposta.
Ma perché per qualche secondo voglio essere quella stupida che dimentica che suo padre è morto.
E, francamente, dopo tutto questo tempo, credo di essermelo guadagnato.
Perché ci sono persone che non puoi più chiamare.
Ma che continui, in qualche modo, a cercare.
E forse il lutto è proprio questo:
imparare a vivere sapendo che il numero non risponderà mai più, senza avere il coraggio di cancellarlo.