
Un tempo gli esseri umani provavano emozioni vere.
Poi arrivarono i social network e tutti iniziarono a sorridere con la stessa faccia da ostaggio illuminato da una ring light.
Benvenuti nel grande teatro digitale, dove la felicità non si vive: si pubblica.
La tristezza, ormai, è diventata un problema puramente estetico.
Deve essere filtrata, desaturata, accompagnata da una canzone indie e da una didascalia tipo:
“Sto imparando a scegliere me stessa.”
Traduzione:
qualcuno non risponde ai messaggi da tre giorni e il collasso emotivo è previsto entro le 21:30.
Ma online bisogna apparire luminosi. Evoluti. Idratati spiritualmente.
La felicità moderna è diventata una performance artistica.
Una specie di musical psicologico con soundtrack lo-fi e attacchi d’ansia fuori campo.
Le persone non fanno più colazione. Curano la scenografia della propria esistenza.
Caffè perfettamente inclinato. Libro aperto a pagina 47. Candela accesa.
Sguardo malinconico verso la finestra come una vedova aristocratica del 1800.
Poi, appena finita la foto: panico esistenziale e brioche mangiata in piedi vicino al lavandino.
I social hanno trasformato ogni individuo in direttore creativo della propria menzogna personale.
Esistono coppie che si odiano nella vita reale ma online sembrano la locandina emotiva di una commedia romantica nordica.
“Il mio posto sicuro
”
Tre minuti prima lui aveva respirato troppo forte e lei aveva considerato l’omicidio rituale.
Ma guai a mostrare la realtà.
La realtà non performa.
L’algoritmo non vuole sapere che hai pianto in bagno ascoltando vecchie canzoni alle 2 di notte.
Vuole vedere il tuo “morning reset routine”.
Viviamo nell’epoca della felicità obbligatoria.
Devi stare bene.
Devi amare te stesso.
Devi “manifestare abbondanza”.
Devi sorridere come una sacerdotessa del wellness perseguitata fiscalmente.
E soprattutto: devi dimostrare continuamente che la tua vita ha senso.
Così milioni di persone passano le giornate a documentare esperienze che non stanno vivendo davvero.
Concerti visti attraverso uno schermo.
Vacanze passate a fotografare aperitivi.
Tramonti consumati come contenuti usa e getta.
Non importa essere felici.
Importa sembrare una persona che potrebbe esserlo.
E allora eccoli: i profeti della serenità artificiale.
Creature mistiche che pubblicano frasi motivazionali mentre combattono guerre interiori degne della caduta dell’Impero Romano.
“Choose positivity
”
Detto da qualcuno che ha avuto una crisi nervosa perché la cialda del caffé non si è forata bene e non ha consentito alla miscela terapeutica di gocciolare giù verso una tazzina.
Persino il dolore è diventato branding.
Le persone annunciano il proprio esaurimento emotivo con palette beige coordinate.
Piangono in HD.
Soffrono con una buona illuminazione.
Perché nel grande carnevale digitale contemporaneo anche la disperazione deve avere un’identità visiva coerente.
E così continuiamo tutti a recitare.
A sorridere.
A modificare luminosità e saturazione come alchimisti disperati.
Nel tentativo tragicomico di convincere gli altri — e soprattutto noi stessi — che va tutto bene.
Spoiler: non va tutto bene.
Ma i filtri, provabilmente, ci aiutano!