
Non scrivo per insegnare qualcosa.
Non scrivo perché penso di avere una risposta.
Scrivo perché, ogni tanto, le parole sono l’unico posto dove posso vomitare quello che ho dentro.
Perché ci sono dolori che non si elaborano davanti a un caffè.
Non si curano con le frasi fatte.
Non passano con il tempo.
Restano lì.
E allora scrivere diventa l’unico modo per non soffocare. Queste righe non sono una lezione.
Sono uno sfogo. Se vi daranno fastidio, avranno fatto esattamente il loro lavoro.
Perché la morte dà fastidio.
Soprattutto quando decide di prendersi qualcuno che aveva ancora tutta la vita davanti.
C’è una bugia che ci raccontiamo fin da bambini.
Che la morte ha un ordine.
Prima i nonni. Poi i genitori. Poi, un giorno lontanissimo, noi.
È una favola che ci raccontiamo per riuscire a dormire.
Poi una mattina squilla il telefono.
O arriva un messaggio.
“Hai saputo?”
Due parole. Due cazzo di parole. E il mondo si spacca.
Perché non è morto “uno che aveva vissuto”.
È morto un ragazzo.
Uno di quelli che fino a ieri rideva, faceva progetti, prendeva in giro gli amici, diceva “ci vediamo domani”.
Domani.
Che parola arrogante.
La cosa più violenta della morte non è il corpo.
È il tempo.
Perché mentre tutti continuano a respirare, il suo tempo si è fermato.
Per sempre.
E il nostro continua.
Come se niente fosse. Il bar apre. Le persone litigano nel traffico.
Qualcuno posta una foto della colazione. Il mondo va avanti con un’indifferenza quasi offensiva.
La verità è che viviamo convinti di avere un credito infinito con la vita.
Rimandiamo telefonate.
Abbracci.
Baci.
Scuse.
Viaggi.
Sogni.
Persino la felicità.
“Lo farò.”
Quando?
Chi te l’ha promesso che ci sarà un quando?
La morte di un giovane non spezza solo una vita.
Distrugge un’illusione.
Quella che il tempo sia un diritto.
Non lo è.
È un prestito. E nessuno ti dice quando deve essere restituito.
E da quel giorno guardi tutti in modo diverso.
Perché capisci una cosa terribile.
Potrebbe essere l’ultima volta.
E tu non lo sapresti.
Come non lo sapeva lui.
Ci preoccupiamo delle rughe. Del conto in banca. Di chi mette “mi piace”.
Di chi parla alle nostre spalle.
E poi basta un cuore che smette di battere e tutta questa gigantesca recita si rivela per quello che è.
La morte non ci rende tutti uguali.
Ci rende tutti veri.
Perché davanti a una bara non esistono influencer.
Non esistono dirigenti.
Non esistono poveri o ricchi.
Esistono solo persone che avrebbero voluto avere ancora cinque minuti.
Cinque.
Non cinque anni. Cinque minuti.
Per dire:
“Ti voglio bene.” “Resta ancora un po’.”
La morte non è crudele perché arriva. È crudele perché non avvisa.
E forse è proprio questo il motivo per cui dovremmo imparare a vivere senza dare nulla per scontato.
Perché il prossimo messaggio potrebbe iniziare ancora con quelle due parole.
“Hai saputo?”
E da quel momento, niente sarà più come prima.
Niente sarà mai fottutamente schifoso come prima.
Ciao Matte… oggi Siracusa piange la scomparsa premature di un ragazzo per bene dal sorriso contagioso.
Ps. Ti piaceva come scrivevo… ma mai avrei voluto scrivere qualcosa su di te che non fossero le tue folli idee da pazzo visionario.