
Ci hanno raccontato per anni che l’omosessualità distrugge la famiglia.
No. A distruggere la famiglia è un padre che non riesce ad amare un figlio se quel figlio non corrisponde ai suoi pregiudizi. Ci hanno detto che i gay sono una minaccia. La vera minaccia, invece, era l’odio.
Per anni una parte di questo Paese ha ripetuto sempre le stesse frasi: «È contro natura.» «È una scelta.» «È una vergogna.» «Dio non vuole.» «Basta non ostentarlo.»
Frasi pronunciate nei bar, nelle case, sui social, in televisione e, talvolta, persino dai pulpiti. Frasi dette con leggerezza, come se fossero semplici opinioni. Ma le parole non sono mai soltanto parole. Le parole costruiscono una cultura. E una cultura può insegnare ad amare oppure a disprezzare.
Poi, quando il veleno produce il suo frutto più estremo, tutti fanno finta di non riconoscerlo. L’odio non compare all’improvviso. Si alimenta. Si giustifica. Si normalizza. Si applaude. A volte si benedice perfino. Finché qualcuno decide di trasformarlo in violenza.
Un ragazzo aveva scritto: «È brutto pensare che un padre ti preferisca morto che gay.» La frase più terrificante di questa storia non è quella pronunciata dopo gli omicidi. È quella scritta quando era ancora vivo. Era una richiesta d’aiuto. Era un’accusa. Era il racconto di un dolore che esisteva già, molto prima che arrivassero le telecamere, i titoli dei giornali e l’indignazione collettiva. Ed è forse questo l’aspetto più inquietante: quella frase era pubblica. Era lì. Eppure oggi ci comportiamo come se fosse stata scritta dopo, come se fosse una conseguenza e non un terribile presagio.
E noi continuiamo a discutere se due uomini possano sposarsi, se due donne possano adottare, se esista la cosiddetta “propaganda gay”, se una bandiera arcobaleno sia troppo visibile, se una persona LGBTQIA+ abbia “troppi diritti”. Discutiamo dell’esistenza delle persone invece che della loro dignità. Intanto qualcuno cresce credendo che essere gay significhi essere una delusione, che l’amore dei propri genitori dipenda dall’essere conformi alle loro aspettative, che mostrarsi per ciò che si è possa costare l’affetto, il rispetto o perfino un posto in famiglia.
E quando quella vergogna esplode, improvvisamente nessuno c’entra. Nessun politico. Nessun predicatore. Nessun opinionista. Nessuno di quelli che da anni trasformano l’orientamento sessuale in un bersaglio. Sono sempre tutti innocenti. Come sempre.
La magistratura accerterà quali siano stati i moventi di questo duplice omicidio. Ed è giusto che sia così. I processi si fanno nei tribunali, non sui social. Ma c’è una domanda che non appartiene ai tribunali e che riguarda tutti noi: quante volte bisogna ripetere a un figlio che vale meno degli altri prima che smetta di sentirsi un figlio e inizi a sentirsi un errore? Quante battute servono? Quanti insulti? Quanti «non ho niente contro, ma…»? Quante prediche? Quanti silenzi?
Perché anche il silenzio, quando assolve il pregiudizio, finisce per diventarne complice.
L’omofobia non è un’opinione. Non è una sensibilità diversa. Non è libertà di pensiero. È il rifiuto della dignità di un’altra persona. E ogni volta che viene minimizzata, giustificata o travestita da tradizione, contribuisce a rendere quel rifiuto un po’ più normale.
Per questo il problema non riguarda soltanto chi, un giorno, decide di impugnare un’arma. Riguarda anche chi continua a coltivare il terreno in cui quell’odio cresce: con le parole, con le omissioni, con il disprezzo, con l’indifferenza.
Perché le pallottole partono in un secondo. Il pregiudizio impiega anni a caricarsi.