I restauratori di persone

Ci sono persone che si innamorano. E poi ci sono quelle che aprono un cantiere.

Le riconosci subito. Incontrano qualcuno pieno di difetti, abitudini discutibili e decisioni ancora più discutibili e, invece di scappare, si illuminano. Vedono potenziale ovunque. Come certi programmi televisivi in cui una casa sta letteralmente crollando e qualcuno esclama entusiasta: “Qui c’è margine di miglioramento.”

I restauratori di persone ragionano allo stesso modo. Non vedono chi hanno davanti. Vedono il progetto. La versione aggiornata. La futura edizione corretta. L’essere umano 2.0. Si innamorano di ciò che una persona potrebbe diventare, non di ciò che è. E da quel momento iniziano i lavori.

All’inizio sono interventi modesti. Un consiglio qui, un suggerimento là, una critica travestita da premura, un’opinione offerta gratuitamente e senza che nessuno l’abbia richiesta. Poi il progetto cresce. Bisogna migliorare il carattere, modificare certe abitudini, frequentare persone diverse, avere obiettivi più ambiziosi, reagire in modo più maturo, parlare in modo più corretto. In pratica bisogna cambiare tutto, tranne il nome sulla carta d’identità.

Naturalmente tutto viene fatto per amore. È sempre per amore. Nessuno si presenta mai dicendo: “Ti trovo insopportabile, ma credo di poterti sistemare.” Sarebbe più sincero, ma probabilmente rovinerebbe il primo appuntamento.

Il problema è che gli esseri umani non sono appartamenti. Non puoi rifare il bagno, abbattere una parete e installare una personalità più moderna. Non puoi sostituire anni di convinzioni con una mano di vernice fresca. E soprattutto non puoi costringere qualcuno a diventare una persona diversa solo perché quella versione piacerebbe di più a te.

Eppure i restauratori insistono. Investono tempo, energie e quantità industriali di speranza. Finché arriva il giorno della scoperta più dolorosa. Non quella che il lavoro è fallito. Quella che il progetto non è mai esistito.

Perché la persona davanti a loro non aveva chiesto alcuna ristrutturazione. Stava benissimo così. Era il restauratore ad aver acquistato una fantasia e a pretendere che diventasse realtà.

Ed è qui che nasce una delle frasi più diffuse nelle relazioni: “Non è più la persona di cui mi ero innamorato.” Che molto spesso significa: “Non è mai diventata la persona che avevo immaginato.” E sono due concetti completamente diversi.

La verità è che amare qualcuno non significa ignorarne i difetti, ma nemmeno trasformare la relazione in un cantiere permanente. Perché prima o poi arriva una domanda scomoda. Una di quelle che i restauratori evitano accuratamente. Se devi cambiare così tante cose di una persona per riuscire ad amarla davvero, sei sicuro di esserti innamorato della persona? O soltanto del progetto?