
Se Dante Alighieri avesse avuto uno smartphone, avrebbe aggiunto almeno un altro girone all’Inferno.
Quello dei gruppi WhatsApp.
Non le fiamme.
Non i dannati.
Non i demoni.
Solo una notifica continua e ininterrotta che lampeggia per l’eternità.
Perché diciamocelo: i gruppi WhatsApp sono la dimostrazione che l’essere umano, quando si riunisce, perde ogni forma di orientamento.
E no, non sto parlando dei gruppi da cinquanta persone.
Il caos nasce anche in quelli da tre.
TRE.
Tre persone.
Un numero che normalmente permette di giocare a carte, bere un caffè o prendere una decisione.
Su WhatsApp no.
Su WhatsApp tre persone possono generare una quantità di confusione che normalmente richiederebbe un’assemblea condominiale.
Qualcuno scrive:
“Ci vediamo sabato?”
Domanda semplice.
Lineare.
Risposta prevista: sì oppure no.
Dopo quarantasette messaggi si sta discutendo di traffico, meteo, parcheggi, ristoranti, vacanze del 2019 e di quella volta che GIANPIRLO si è perso a nella tromba delle scale del suo appartamento.
Alla fine nessuno sa più se ci si vede davvero.
La cosa affascinante è che l’informazione utile nei gruppi WhatsApp ha la stessa aspettativa di vita di una zanzara in una stanza piena di ciabatte.
Dura pochissimo.
Qualcuno comunica l’unica notizia importante della giornata.
Tre minuti dopo è sepolta sotto una valanga di emoji, meme, GIF, foto di cani, pollici alzati e considerazioni che nessuno aveva richiesto.
E qui entro in gioco io.
Perché vorrei dirvi che sono una donna organizzata.
Una di quelle che legge tutto.
Che segue il filo della conversazione.
Che mantiene il controllo.
Invece no.
Io appartengo alla gloriosa categoria di quelli che aprono WhatsApp dopo due ore e vedono scritto:
287 messaggi non letti.
A quel punto il cervello smette di collaborare.
Non leggo.
Non analizzo.
Non combatto.
Mi arrendo. Semplicemente.
Con la dignità di chi sa di essere stato sconfitto.
E scrivo:
“Scusate, qualcuno mi fa un recap veloce?”
Umilmente.
Con rispetto.
Quasi in ginocchio.
Come una viaggiatrice dispersa nel deserto che chiede un sorso d’acqua.
La risposta è quasi sempre la stessa.
“Niente.”
Niente.
Duecentottantasette messaggi.
Niente.
A quanto pare abbiamo semplicemente trascorso tre ore a discutere del nulla con una dedizione che altre persone riservano alla ricerca scientifica.
Poi ci sono i personaggi.
Perché ogni gruppo WhatsApp è una piccola riserva naturale.
C’è il Fantasma, che non scrive mai.
Il Messia del Vocale, che trasforma ogni risposta in una puntata podcast.
L’Esperto Universale, che ha sempre un’opinione su tutto.
E quello che arriva dopo due giorni chiedendo:
“Quindi alla fine che si fa?”
Domanda che scatena inevitabilmente altri novanta messaggi.
Come se il gruppo fosse una creatura mitologica che si nutre esclusivamente di indecisione.
Eppure continuiamo a crearli.
A entrarci.
A restarci.
Li silenziamo, li ignoriamo, li malediciamo.
Ma poi basta una notifica.
Una sola.
E torniamo a controllare.
Perché in fondo i gruppi WhatsApp sono come certe relazioni tossiche.
Sai che ti faranno perdere tempo.
Sai che ti faranno innervosire.
Sai che finirai a chiedere un recap.
Eppure resti.
Nella speranza che, prima o poi, qualcuno riesca davvero a organizzare una cena in meno di centocinquanta messaggi.
Finora, però, la scienza non ha ancora registrato casi del genere.