
C’è un detto che più italiano di così c’è solo il parcheggio in doppia fila davanti al bar: “del porco non si butta niente”.
Una frase apparentemente rurale, genuina, quasi poetica. In realtà è la madre spirituale di metà dei comportamenti discutibili del Paese.
Perché attenzione: il proverbio nasce nel mondo contadino, dove davvero del maiale si utilizzava tutto. Carne, grasso, cotenna, ossa, perfino lo sguardo giudicante mentre lo trasformavano in salame. Era sopravvivenza, economia, rispetto per il cibo.
Poi però da bravi ossessivi conpulsivi abbiamo trasformato un principio di sostenibilità in una filosofia esistenziale borderline.
Oggi “del porco non si butta niente” è il motivo per cui tua madre conserva: il sacchetto dei sacchetti, il telecomando del decoder del 2004,
le scatole dei cellulari “che non si sa mai” e una busta piena di cavi incompatibili con qualsiasi tecnologia esistente dal Giurassico.
Apri un cassetto in una casa italiana e trovi: tre pile scariche, un caricatore Nokia 3310, un bottone misterioso, un santino e la certezza che nessuno butterà mai via niente “perché può sempre servire”.
A cosa?
Non si sa.
Ma potrebbe.
Il vero problema è che abbiamo applicato il proverbio anche alle relazioni umane.
Infatti molti non lasciano il partner tossico perché:“Magari cambia.”
“No, GIANPIRLO. Non cambia”.
È semplicemente la versione sentimentale della mortadella avanzata in frigo da diciassette giorni.
Il proverbio, poi, raggiunge il suo massimo splendore nei pranzi di famiglia.
Il maiale, almeno, aveva una dignità.
Gli avanzi del pranzo di Natale no.
La nonna riesce a creare un ecosistema circolare degno della NASA: il bollito diventa polpette, le polpette diventano ripieno, il ripieno diventa pasta al forno e la pasta al forno torna fuori a Pasqua con un altro nome.
A un certo punto non stai più mangiando: stai partecipando a una staffetta intergenerazionale del ragù.
Eppure, sotto tutta questa follia, il proverbio nasconde una verità quasi commovente: veniamo da una cultura che aveva fame davvero. Una cultura che rispettava il valore delle cose perché non poteva permettersi di sprecarle.
Poi certo, nel tragitto abbiamo perso il controllo e adesso conserviamo: vasetti di vetro, tasti singoli di tastiere morte, istruzioni di elettrodomestici mai posseduti e la convinzione che il cassetto “miscellanea” sia una categoria legale del catasto.
Ma almeno una lezione ci è rimasta: nulla muore davvero.
Si trasforma.
Come il porco.
Come gli avanzi.