
Qualche tempo fa avevo definito questa piccola una bambina di porcellana. Di porcellana perché fragile, perché sopravvissuta a un viaggio che nessun bambino dovrebbe affrontare, perché arrivata sulle nostre coste portandosi addosso un carico di dolore che avrebbe spezzato molti adulti. Oggi, però, mi viene in mente un’altra immagine. Un’immagine tutta siciliana e molto più amara: quella della “pupa ra cassata”.
La pupa è lì, al centro della scena. Tutti la guardano, tutti la indicano, tutti discutono di lei. Ma la pupa non parla. Non decide. Viene spostata, esibita, maneggiata da altri. E osservando ciò che è accaduto a questa bambina è difficile non provare la sensazione che, negli anni, sia stata trattata proprio così.
Per lungo tempo ci è stato detto che ogni scelta veniva compiuta nel superiore interesse della minore. Eppure oggi ci ritroviamo davanti a una bambina che ha già cambiato più volte vita, Paese, lingua, casa e figure di riferimento. Una bambina che dopo essere stata salvata dal mare aveva trovato due persone da chiamare mamma e papà e che oggi si trova nuovamente catapultata in un’altra esistenza, in un luogo che nessuno conosce, in attesa dell’ennesimo passaggio deciso dagli adulti.
La magistratura ha assunto le proprie decisioni. I servizi sociali hanno eseguito quanto disposto. La legge ha seguito il suo percorso. Nessuno mette in discussione il ruolo delle istituzioni né il diritto di una madre biologica di cercare e ritrovare la propria figlia. Ma il diritto, da solo, non basta a cancellare una domanda che continua a ronzare nella testa di molti: una decisione può essere giuridicamente corretta e allo stesso tempo profondamente traumatica per un bambino?
Nel frattempo il racconto pubblico della vicenda sembra aver bisogno di nuovi colpevoli. I genitori affidatari vengono descritti da molti come manipolatori, ostacoli da rimuovere, quasi responsabili di ogni difficoltà emersa nel percorso di ricongiungimento. Saranno le sedi competenti a stabilire se abbiano sbagliato e in che misura. Ma prima di trasformarli nei mostri di questa storia forse sarebbe opportuno ricordare un fatto elementare: per anni quella bambina li ha chiamati mamma e papà. Non per convenienza, non per strategia, ma perché erano le persone che l’avevano accolta, cresciuta, consolata, accompagnata a scuola e messa a letto ogni sera.
In questa vicenda tutti rivendicano un diritto. La madre biologica rivendica il diritto di riabbracciare la figlia. Lo Stato rivendica il diritto-dovere di eseguire le proprie decisioni. Gli affidatari rivendicano il valore di un legame costruito nel tempo. Ma la vera domanda riguarda la bambina: qualcuno si è fermato davvero ad ascoltare il peso che ogni nuovo distacco avrebbe avuto sulla sua vita?
Forse un giorno sapremo che tutto questo era necessario. Forse scopriremo che era la scelta migliore possibile. O forse no. Ma oggi resta l’immagine di una bambina che da troppo tempo viene spostata da una parte all’altra mentre gli adulti discutono, decidono, stabiliscono e rivendicano. Una bambina che prima era di porcellana e che adesso sembra essere diventata una “pupa ra cassata”: al centro della tavola, al centro delle attenzioni, al centro delle sentenze e delle polemiche, ma sempre nelle mani di qualcun altro.
E quando un bambino finisce per diventare il simbolo di una battaglia tra diritti, affetti e principi, il rischio è che tutti parlino in suo nome e che nessuno riesca più a vedere ciò che dovrebbe contare davvero: il bambino stesso.